Armir- La disfatta dell’armata italiana in Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale

Armir- La disfatta dell’armata italiana in Unione

Sovietica nella Seconda guerra mondiale

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L’8ª Armata Italiana in Russia (ARMIR), è la formazione del Regio Esercito inviata sul fronte orientale tra il luglio del 1941 e il gennaio del 1943.
Costituita per volontà dello stesso Mussolini, è composta da 10 divisioni: tre del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR), quattro di fanteria (Cosseria, Ravenna, Sforzesca e Vicenza) e tre alpine (Cuneense, Julia, Tridentina).
Comandata dal generale Italo Gariboldi, partecipa all’avanzata nell’Ucraina orientale combattendo fra il Donec e il Don per essere poi definitivamente schierata sull’ansa del Don.

Per l’Italia, entrata in guerra senza l’equipaggiamento adeguato al clima russo e già impegnata nel Balcani e in Africa Settentrionale, la guerra contro l’Unione Sovietica rappresenta uno sforzo enorme.
Militarmente infatti non riesce minimamente a competere con l’alleato tedesco che, spesso, deve intervenire in suo aiuto, come in Grecia e in Africa. L’Italia è, in sostanza, un alleato debole con cui la Germania non fa strategie comuni. Hitler comunica a Mussolini l’intenzione di invadere la Russia solo il giorno stesso dell’invasione (22 giugno 1941). Il Duce tuttavia, dando per scontato l’attacco tedesco, aveva già espresso l’intenzione di inviare un corpo di spedizione in appoggio all’alleato. Inizialmente l’ARMIR è rifiutato dal comando tedesco e poi accettato dopo i primi respingimenti vittoriosi da parte dei russi.

In luglio quindi l’ARMIR viene posta alle dipendenze tedesche e destinata alla protezione del fianco sinistro  delle truppe impegnate nella battaglia di Stalingrado. L’ansa settentrionale del Don è un settore particolarmente difficile da tenere che costerà molte vite umane, come dimostra la vasta offensiva sovietica scatenata alla fine di agosto (1942).
L’ordine è di resistere ad ogni costo ma dopo due giorni di aspri combattimenti la divisione viene travolta. Gli italiani riescono tuttavia a chiudere la falla e a mantenere il fronte. Le divisioni sovietiche devono ritirarsi ma sono riuscite a stabilire una robusta testa di ponte sulla riva destra del Don, utile per le future offensive.
Il 19 novembre, l’Armata Rossa lancia una massiccia offensiva volta ad accerchiare le truppe tedesche della 6ª Armata di Paulus bloccate a Stalingrado e, in dicembre,  l’offensiva sovietica si scatena anche contro le linee tenute dal II Corpo dell’ARMIR, che custodisce il settore centrale del fronte italiano. Il primo attacco russo viene respinto, ma il 17 dicembre i sovietici travolgono la Ravenna obbligandola alla ritirata.
Nello stesso tempo, a sud-est, vengono distrutti i resti della 3ª Armata rumena.
L’obiettivo della grande manovra è congiungere le due braccia della sacca alle spalle dello schieramento italo-tedesco-rumeno. Il Generale Gariboldi tenta di tappare le varie falle ma il ripiegamento senza preavviso della 298ª divisione germanica mette ancora più in crisi il fronte, e le truppe sovietiche chiudono il XXXV Corpo d’armata italiano e il XXIX Corpo d’Armata tedesco in un’immensa sacca.
L’ordine di ripiegare dal Don viene finalmente dato il 17 gennaio.
In testa alle colonne in ritirata si pongono i reparti della divisione alpina Tridentina in grado di affrontare la battaglia e che, il 26 gennaio, dopo un’ultima sanguinosa battaglia, riescono a rompere l’accerchiamento sovietico. Anche i resti della Vicenza riescono in qualche modo ad aprirsi la strada verso ovest. Più a sud, invece, Julia e Cuneense devono sacrificarsi contro le forze corazzate sovietiche per evitare che il fianco sinistro della ritirata crolli, mettendo in crisi l’intera operazione di sganciamento.

La confusione generale e gli errori organizzativi impediscono di soccorrere con automezzi le migliaia di uomini in ritirata, che devono così marciare a piedi, nella neve e con anche 30 gradi sotto zero, per centinaia di chilometri in cerca di una via di scampo dall’accerchiamento, dagli attacchi delle colonne corazzate nemiche e dei reparti partigiani che agiscono alle loro spalle.

Il numero dei caduti della campagna di Russia, per l’Italia, è stato calcolato a 74.800, la maggior parte morti in combattimento o nella tragica ritirata.

Con la sostanziale distruzione dell’ARMIR ha di fatto termine la partecipazione italiana alla campagna sul fronte orientale. Alcune unità italiane continuarono comunque ad operarvi sotto il comando tedesco.

BIBLIOGRAFIA

Stato Maggiore Esercito – Ufficio storico, Le operazioni del CSIR e dell’Armir dal giugno 1941 all’ottobre 1942, a cura di Ugo Leone, Roma, Tipografia Regionale, 1947.

Ministero della Difesa – Stato Maggiore Esercito – Ufficio storico, Le operazioni delle unità italiane al fronte russo 1941-1943, Roma, Tipografia Regionale, 1977.

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