Andrea Gordani- Giovani e minorenni, il terreno di coltura della mafia (Laboratorio sulla criminalità)

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Liceo Scientifico Galilei- Potenza

Laboratorio sulla corruzione e la criminalità organizzata

Cattedra di Storia e Filosofia

Classe V As (2012-13)

Agenda-rossa

Andrea Gordani- Giovani e minorenni, il terreno di coltura della mafia

È un fatto ormai riconosciuto, anche processualmente, che le organizzazioni mafiose reclutano tra le loro fila molti giovani poco più che adolescenti e che esse si avvalgono per lo svolgimento di specifiche attività illecite, come lo spaccio di droga, di ragazzi minorenni.

Molti di questi giovani, in particolare nel Mezzogiorno, vengono reclutati in quartieri ad alta disoccupazione, in cui vige da sempre la regola del più forte, della violenza, provengono da famiglie disagiate, spesso hanno abbandonato la scuola. I giovani sono affascinati dal carisma dei leader mafiosi, in particolare di quelli latitanti, i quali ai loro occhi sono ritenuti più forti dello Stato che è incapace di catturarli. Il boss mafioso, per questi giovani, diventa un modello di riferimento, una persona di cui fidarsi.

La mafia per questi ragazzi rappresenta la risposta al loro bisogno di ricerca di un senso di identità, di appartenenza, di rispetto, di ricchezza. Questi ragazzi sono attratti dal mondo mafioso in quanto in esso vedono la possibilità di arricchimento rapido, pensano al fatto che una volta divenuti “uomini d’onore”, essi saranno temuti e rispettati dagli altri. La mafia, inoltre, offre protezione e sostegno quando necessario, ma non ammette alcuna disobbedienza. Chi viola la regola dell’omertà o commette un reato senza esserne stato autorizzato dal responsabile di quel territorio, muore.

I minorenni vengono impiegati in diverse attività: dallo spaccio della droga al compimento di atti estortivi. In quest’ultimo caso è da rimarcare che le estorsioni sono una delle modalità mediante la quale le organizzazioni mafiose mettono alla prova i giovani, chiedendo loro di dimostrare coraggio, capacità di utilizzare la violenza e di intimidire. I minorenni, come è già accaduto, sono purtroppo impiegati anche per la commissione di omicidi e per questo sono stati definiti “baby killer”. Il carcere è una situazione che molti ragazzi mettono in conto di dover affrontare. La reclusione è considerata un attestato di professionalità criminale da esibire ai propri coetanei in libertà e, soprattutto, ai capi delle organizzazioni malavitose.

Parlando di minori e mafia non si possono dimenticare i ragazzi che vivono in famiglie mafiose, i quali non solo hanno da sempre respirato aria di violenza e di prevaricazione ma, magari, hanno visto uccidere i loro padri, fratelli, parenti. In questi casi, secondo il codice d’onore mafioso, deve scattare la vendetta, per cui violenza richiama violenza. Si pensi, inoltre, ai minori figli di mafiosi che hanno deciso di collaborare con la giustizia o ai minorenni diventati essi stessi testimoni di giustizia avendo fornito informazioni importanti per la scoperta di alcuni reati, come ad esempio la giovane Rita Atria. Questi bambini o ragazzi hanno visto cambiare radicalmente la loro vita nell’arco di un tempo brevissimo, sono stati sradicati dal loro ambiente e sono stati sottoposti ad uno specifico programma di protezione.

A partire dagli anni novanta del XX secolo, come riportano i dati statistici, è stata riscontrata l’utilizzazione di minorenni per lo svolgimento di attività illecite anche da parte di gruppi delinquenziali di tipo mafioso provenienti da paesi stranieri, in particolare dell’Est Europa.

Giovani ragazze sono costrette all’esercizio della prostituzione e piccoli bambini sono impiegati in attività quali l’accattonaggio, i furti, gli scippi. Sia le une che gli altri sono le principali vittime del traffico di esseri umani.

Dati statistici

Minori di anni 18 italiani e stranieri (distinti per nazionalità) denunciati e arrestati per associazione di tipo mafioso. Anni 2004-2006

2004

2005

2006

Totale per nazionalità

Nazione

Denunciati

Arrestati

Denunciati

Arrestati

Denunciati

Arrestati

Denunciati

Arrestati

Italia

48

23

29

12

40

31

117

66

Germania

0

0

1

0

0

1

1

1

Serbia-Montenegro

0

0

1

0

0

0

1

0

Iraq

0

0

1

0

0

0

1

0

Romania

1

0

0

0

0

0

1

0

Ucraina

1

0

0

0

1

0

2

0

Luogo ignoto

5

0

1

0

1

0

7

0

Totale

55

23

33

12

42

32

130

67

Fonte: Ministero dell’Interno – Direzione centrale polizia criminale

La crisi economica e finanziaria mondiale rovescia i governi, scuote le famiglie, fa disperare i giovani e porta sull’orlo del collasso le imprese. Ma gioca a favore della mafia, il cui denaro sporco diventa sempre più appetibile. Tutto questo e molto altro è da un rapporto della Confersercenti-Sos Impresa, che ha confermato che la cosiddetta Mafia S.p.A. continua ad essere il maggiore agente economico italiano, in grado di fatturare più di 100.000 milioni di euro, equivalente circa al 7% del PIL del paese. Una quantità enorme di denaro che passa quotidianamente dalle tasche di commercianti e imprenditori italiani a quelle dei mafiosi. Il rapporto ha rivelato anche che la crisi ha portato a un aumento delle vittime dell’usura, uno dei nuovi crimini della mafia. In questo momento di crisi, la Mafia S.p.A. è l’unico soggetto economico-imprenditoriale che può fare investimenti . I clan mafiosi mantengono una strategia di scarsa esposizione, da un lato, e dall’altro cercano di consolidare i loro territori di influenza tradizionale e di espandersi al di là dei confini regionali e nazionali. Le attività di reinvestimento e riutilizzo del denaro non hanno solo la doppia funzione di raddoppiare le entrate e riciclare il denaro sporco. Diventano anche strategiche per sfuggire alle attività repressive sul fronte patrimoniale. Da tale sistema ne deriva un volto camaleontico del nuovo manager mafioso, in grado di esprimere contemporaneamente intimidazione e affidabilità, violenza e fiuto per gli affari.

La pratica della vita carceraria

Prima di passare ad analizzare come si svolge praticamente le vita carceraria e che tipo di  rapporti esistono tra carcerati, è necessario ricordare le varie tipologie di detenuti:

  • boss mafiosi: sono coloro che solitamente detengono il potere all’interno del carcere e che regolano la vita carceraria facendo rispettare le regole, impartendo ordini e sanzioni;
  • affiliati: sono i picciotti dei boss mafiosi che controllano, o dovrebbero controllare, il territorio per conto del capo. L’alto o basso grado del potere del boss è dato solitamente dal numero più o meno ampio degli affiliati. Il carcere è vissuto dagli affiliati come fosse la loro casa e, di solito, è una scelta razionale quella di delinquere o quella di affiliarsi ad un “gruppo” piuttosto che a un altro. Dipende molto dalla vicinanza materiale della persona a cui si fa riferimento: abitare nello stesso quartiere o lo stesso palazzo, aver condiviso con lui la stessa cella in passate carcerazioni, aver ricevuto favori particolari, ecc.;
  • delinquenti abituali: scippatori, rapinatori, ladri, spacciatori, ecc. Questi detenuti hanno un grado di prigionizzazione troppo alto e sanno affrontare i pericoli insiti nella carcerazione perché hanno imparato attraverso l’esperienza diretta. Molto spesso si affiliano, magari per convenienza; sanno che la loro vita non può cambiare, per cui cercano di stare nel miglior modo possibile in carcere. Affiliarsi diventa quasi naturale. Coloro che non lo fanno preferiscono rimanere indipendenti; solitamente sono i più forti di carattere, più forti fisicamente  e più capaci di gestire i loro rapporti con gli altri. La forza fisica ha una certa funzione deterrente, che difende chi ne è dotato dagli abusi di potere “legittimi” o “non legittimi”, come quelli messi in campo da personaggi con pochi scrupoli.
  • detenuti non etichettabili: solitamente il termine “comune” è associato a quei detenuti che non sono né mafiosi, né politici e sono raggruppati in sezioni, appunto, comuni. In questa sede i “comuni” sono i non etichettabili e saranno differenziati anche dai delinquenti abituali per marcare l’esistenza in carcere di persone che hanno fatto un reato per la prima volta, i “pivelli”, che, acquistando  esperienza con il tempo, diventano “esperti”; sono coloro che si sono macchiati di un solo reato e che scontano la pena, anche lunga, cercando di differenziarsi dagli altri.

Le regole che vigenti in carcere hanno come fondamento primo il rispetto.  Divenuto una sorta di imposizione, o meglio lo è diventato, ed è cambiato di significato. Non è più un “sentimento nato da stima verso persone ritenute superiori”, ma un “atteggiamento che il detenuto deve tenere nei confronti di chi è più forte”, oppure vuol dire “non offendere le persone ritenute superiori dalla comunità”. In termini pratici significa “obbedienza”. Il vero significato di “rispetto” non ha più valore se non in situazioni di vera amicizia che può nascere tra persone che convivono nella stessa comunità. Ha lo stesso significato, invece, rispetto alla società civile quando riguarda le norme. Nella subcultura mafiosa un “uomo di rispetto” è l’uomo omertoso, colui che ha fatto strada nel crimine, che ha il potere di farsi obbedire da un gran numero di altre persone, suoi affiliati. Questo concetto è stato trasferito in carcere, per cui si capisce benissimo che il rispetto è falso, perché scaturisce dalla paura e non dalla stima per qualcuno.

La vita nel carcere rispecchia molto la società odierna. Gli individui rinchiusi insieme per un lungo periodo di tempo danno vita ad un micro-sistema sociale capace di sviluppare, nel limite dell’ordine sociale imposto dalle Istituzioni e dalle guardie, un proprio peculiare ordine informale, cioè basato su regole non scritte, che si tramandano di generazione in generazione, che per semplicità chiamiamo “norme comunitarie”. Molte regole sono espressione della subcultura criminale, ma ci sono anche altre che provengono dalla cultura civile, come quelle di buona educazione; Rispettare le regole implica la presenza di qualcuno che detenga il potere. Dato che la fonte regolamentare informale è l’ambiente mafioso, il potere è nelle mani di quei personaggi che si identificano in esso; in parole povere nel carcere vige la una sorta monarchia al cui comando sta il boss mafioso più potente che impone e fa rispettare le “leggi” e mantiene la gerarchia nel carcere stesso.

Andrea Gordani

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