Sinti-rom: una storia di 1.500 anni e il lungo viaggio verso Occidente

La bandiera dei Sinti-rom

La bandiera dei Sinti-rom

E’ la più estesa minoranza europea: 11 milioni di persone, ma fino a poco tempo fa si sapeva molto poco su origini e lingua dei Sinti-rom.

La caratteristica comune di tutte le comunità che si attribuiscono la denominazione rom è che parlano – o è attestato che parlassero nei secoli scorsi – dialetti variamente intercomprensibili, costituenti appunto il romanes/romani, che studi filologici e linguistici affermano derivare da varianti popolari del sanscrito e che trovano nelle attuali lingue dell’India del Nord Ovest la parentela più prossima.

I rom propriamente detti sono un gruppo etnico che vive principalmente in Europa, distribuiti in una galassia di minoranze presenti principalmente nei Balcani, in Europa centrale e in Europa orientale, benché la loro diaspora li abbia portati anche nelle Americhe e in altri continenti. La lingua parlata è il romanes/romani oltre alla lingua dello stato di origine.

Elisabetta Curzel sul Corriere della sera riferisce che uno studio pubblicato su Current Biology offre per la prima volta una prospettiva genetica sull’origine e la storia demografica delle popolazioni di lingua romanes/romani, chiamati spesso zingari o gitani. La ricerca, coordinata da David Comas dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona e da Manfred Kayser della Erasmus University di Rotterdam, identifica le tappe percorse da un gruppo etnico che costituisce oggi la più estesa minoranza europea: 11 milioni di individui, sparsi sull’intero continente.

DAL GENOMA – I popoli romanes/romani, a cui appartengono rom e sinti, non dispongono di testimonianze storiche scritte che ne raccontino le origini e la dispersione. Gli scienziati hanno quindi analizzato i dati relativi al genoma di tredici gruppi distinti di romanes/romani, raccolti in diverse regioni d’Europa. L’origine geografica del cosiddetto «gruppo fondatore» è stata confermata nel subocontinente indiano, nelle regioni nord e nord-ovest (che cadono in gran parte nell’odierno Pakistan); in più, è stato possibile datare la sua probabile formazione, risalente a 1.500 anni fa. Da allora in poi, la storia dei gitani è stata tutta un lungo viaggio verso occidente.

MIGRAZIONE – Secondo Manfred Kayser, «da un punto di vista genetico, i romanes/romani condividono una storia unica, caratterizzata da due elementi: le radici geografiche e la mescolanza con europei accumulata nel corso della loro migrazione». Se le indagini genetiche hanno fornito informazioni storiche e geografiche, è opportuno ricordare che questo non comporta affatto l’individuazione di un «gene zingaro»: geneticamente, qualsiasi pretesa razziale è priva di senso.

EUROPEI – Lo studio racconta piuttosto di un lungo percorso, scandito da ibridazioni genetiche con le popolazioni mediorientali, poi con quelle anatoliche, poi con le balcaniche – fino a quando, circa 900 anni or sono, i romanes/romani giunsero in Europa: quasi un millennio di permanenza, ormai, che permette senza dubbio di definirli una popolazione del continente europeo. Strumentalizzare le analisi genetiche come prova della propria origine è un trucco ormai ritrito (recente è l’episodio di un politico ungherese di estrema destra che, prove alla mano, si è fatto dichiarare privo di ascendenze ebraiche e gitane).

DNA – «Ma gli scienziati sanno bene», afferma l’epistemologo Telmo Pievani, «che cercare la purezza genetica in una popolazione – pensare cioè di essere puri ungheresi, puri tedeschi o puri italiani non ha alcun fondamento. Ciò che i genetisti trovano attraverso queste indagini sono in realtà pochissimi marcatori, immersi in 3,5 miliardi di basi nucleotidiche che compongono il nostro Dna. Se sono fortunati, e se il gruppo esaminato non si è troppo meticciato, questi elementi danno qualche indicazione sull’origine geografica di una popolazione. La tecnica utilizzata per questo studio è la stessa che ha permesso di capire come l’Homo sapiens è uscito dall’Africa, come si è diffuso in tutto il mondo, e come si è formata la diversità umana».

MAPPATURA – Mappature di questo tipo, spiega Pievani, «sono possibili solo con popolazioni molto piccole, che hanno vissuto in un certo isolamento. Non è possibile trovare mutazioni genetiche tipiche degli italiani o degli svedesi; lo possiamo fare invece con gli askenaziti e i sefarditi, che sono stati in passato popolazioni molto ridotte». Lavorando su contesti più ampi – considerando per esempio l’intera popolazione italiana – è possibile ricavare mappe che individuano in zone specifiche caratteristiche genetiche particolari. Isole genetiche sono state identificate nella provincia dell’Ogliastra, in Sardegna; in alcune vallate tra Liguria e Toscana (dove esistono tracce di popolazioni proto o pre-indoeuropee) e nella Toscana nord-orientale, dove alcuni marcatori sono stati fatti risalire agli etruschi. «In alcune zone», conclude Pievani, «ci potrebbero essere rimasugli genetici di vecchie storie. Oltre a questo però non si può dire».



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