Alessandro Mollica- Le basi sociali della ‘ndràngheta (Laboratorio sulla criminalità)

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Liceo Scientifico Galilei- Potenza

Laboratorio sulla corruzione e la criminalità organizzata

Cattedra di Storia e Filosofia

Classe V As

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Alessandro Mollica- Le basi sociali della ‘ndràngheta

È invisibile, come l’altra faccia della Luna

Julie Tingwall

Con il termine ‘ndràngheta si indica la criminalità organizzata di origine calabrese. La ‘ndrangheta si è sviluppata a partire da organizzazioni criminali operanti nella provincia di Reggio Calabria, dove oggi è fortemente radicata, anche se il potere mafioso è in forte espansione nelle province di Vibo Valentia, Catanzaro, Crotone e Cosenza.

Dagli anni cinquanta, in contemporanea all’emigrazione meridionale ha iniziato ad operare anche nel nord Italia. Oggi la ‘ndrangheta è considerata la più pericolosa organizzazione criminale d’Italia, e forse d’Europa.

Secondo le forze dell’ordine, in Calabria sono attualmente operanti circa 155 famiglie (definite ‘ndrine o cosche) che affiliano circa 6.000 persone dedite ad attività criminali, legate quasi sempre tra loro da vincoli familiari. Fino agli anni ottanta l’organizzazione era struttura in modo orizzontale, dove ogni locale aveva la sua zona di competenza, ciò però non ha impedito ben due guerre di ‘ndrangheta tra gli anni settanta e ottanta nate da alleanze a catena tra le ‘ndrine che coinvolgevano anche più di una sola locale. Dagli anni novanta, quindi, nascono delle sovrastrutture per dirimere questioni tra le ‘ndrine per evitare le faide, e per dare cariche di alto livello, prima inesistenti agli affiliati. In Calabria ci sono 3 mandamenti che dividono la provincia di Reggio Calabria in mandamento Ionico, Piana e Città i quali fanno riferimento al Crimine di Polsi. Nella regione Calabria la ‘ndrangheta svolge un profondo condizionamento sociale fondato sia sulla forza delle armi che sul ruolo economico attualmente raggiunto attraverso il riciclaggio del denaro sporco. Attività questa, che le ha permesso di controllare ampi settori dell’economia dall’impresa al commercio e all’agricoltura, spesso con una forte connivenza di aree della pubblica amministrazione a livello locale e regionale di tutti gli schieramenti politici. La sua attività principale è il narcotraffico, seguita dalla partecipazione in appalti, condizionamento del voto elettorale, estorsione, usura, traffico di armi, gioco d’azzardo, traffico di esseri umani, e smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi. Secondo il rapporto Eurispes 2008 ha un giro d’affari di 44 miliardi di euro annui.

« La ‘ndrangheta non è come molti credono solo donne, belle auto e moto. La ‘ndrangheta è una droga che ti corrode da dentro. È questo quello che i tanti giovani che vorrebbero affiliarsi devono capire. »
(Confessione del pentito Antonio Belnome, ex capolocale di Giussano)

Una persona diventa ‘ndranghetista in due modi: per nascita, quindi essendo già appartenente a una famiglia mafiosa o per “battesimo”, cioè tramite il rito di affiliazione che lo lega all’organizzazione fino alla morte. Si entra nella ‘ndrangheta, o, per dirla nel gergo mafioso, si viene battezzati con un rito preciso, che può avvenire automaticamente, poco dopo la nascita se si tratta del figlio di un importante esponente dell’organizzazione (in questo caso, finché il bambino non raggiungerà i quattordici anni, età minima per entrare nella ‘ndrangheta, si dirà che il piccolo è “mezzo dentro e mezzo fuori”), oppure con un giuramento, per il quale garantisce con la vita il mafioso che presenta il novizio, simile ad una cerimonia esoterica, durante la quale il nuovo affiliato è chiamato a giurare nel nome di nostro Signore Gesù Cristo. Il battesimo dura tutta la vita e ad uno sgarro paga spesso la famiglia del nuovo affiliato. Per questo motivo è difficile trovare pentiti, poiché questi andrebbero contro i loro stessi parenti e familiari, e al giuramento che hanno fatto all’ingresso nel mondo della malavita. A tutt’oggi i pentiti di ‘ndrangheta sono pochissimi (di cui rilevanti: Francesco Albanese nel 1900, Pino Scriva di Rosarno nel 1983 Antonio Zagari nel 1990, Giacomo Lauro nel 1992, Francesco Fonti nel 1994 e dal 2010 il capo-locale di Giussano (Provincia di Milano) Antonio Belnome; tutto ciò rende il fenomeno mafioso difficile da combattere e da arginare.

La ‘ndrangheta in Calabria

Nella sua regione di origine il controllo della ‘ndrangheta si estende dal settore della sanità a quello dei trasporti e dei lavori pubblici, grazie a forti infiltrazioni nelle istituzioni, a partire dalla Regione. In campo sanitario, si può citare il caso delle Asl di Palmi e Locri sciolte per mafia, quest’ultima sciolta dopo l’omicidio del vicepresidente del Consiglio Regionale Francesco Fortugno. La ‘ndrangheta ha un completo controllo dei lavori sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, che le varie ‘ndrine si dividono per aggiudicarsi gli appalti inoltre il porto di Gioia Tauro vede la presenza di numerosi traffici illeciti, in particolare il commercio della droga, ma anche il contrabbando dei tabacchi e il traffico dei rifiuti. Oltre a queste attività illecite le ‘ndrine gestiscono in gran parte anche attività lecite. Secondo il Magistrato calabrese Vincenzo Macrì (ex Direzione Nazionale Antimafia) la ‘Ndrangheta ha da una parte una vocazione mercantile esercitando commerci illeciti a livello internazionale (traffico di droga, armi, rifiuti tossici e via dicendo) dall’altra ha invece una vocazione istituzionale di controllo del territorio d’origine (sotto l’aspetto politico-amministrativo-istituzionale-imprenditoriale).

La ‘ndrangheta nel nord Italia

L’insediamento della ‘ndrangheta al nord Italia ha tutta una sua peculiarità rispetto alle altre organizzazioni mafiose. Difatti al nord vi sono delle vere e proprie filiali fisse delle cosche-madre della Calabria. Quindi un maggior controllo del territorio. Un esempio eclatante è la ‘ndrina dei Mazzaferro che controllava le “locali” (insieme di più ‘ndrine) di Lombardia, di Torino e di Gioiosa Jonica, il luogo d’origine della ‘ndrina. Le altre organizzazioni invece si stabiliscono al nord solo per il periodo dell’affare da stipulare. Questo fenomeno si è comunque esteso all’intero paese. Inizialmente scelgono paesi, anziché grandi città come basi operative per ricreare lo stesso ambiente d’origine e per un controllo migliore del territorio. Si potrebbe datare l’inizio della presenza mafiosa dagli anni cinquanta.

Negli anni settanta venne alla luce la presenza di cosche in Liguria. Nella regione esiste anche una struttura della ‘ndrangheta di enorme rilievo: la “camera di compensazione“, che ha il compito di gestire e organizzare le attività mafiose della regione con quelle dei “locali” di Nizza e della Costa Azzurra.

Ma è negli anni ottanta che la ‘ndrangheta iniziò ad investire al nord i proventi illeciti e al controllo dei mercati illegali. I mafiosi acquistarono immobili, alberghi, discoteche, imprese commerciali. Penetrarono nelle imprese che fallirono e successivamente se ne impossessarono.

Negli anni novanta la ‘ndrangheta si insedia in modo ancora più preponderante. Ciò, è dovuto anche alle azioni giudiziarie da cui è stata colpita Cosa nostra. La ‘ndrangheta inoltre ha intrecci con la politica al nord, come dimostrato da alcuni episodi avvenuti in Lombardia, Liguria e Piemonte. Nel 1995 venne sciolto per mafia il consiglio di Bardonecchia, primo caso al nord. Sempre in questo periodo vi furono le operazioni “Wall Street”, “Count Down”, “Hoca Tuca”, “Nord – Sud”, “Belgio” e “Fine”. che arrestarono in Lombardia oltre 3 000 persone.

Oggi le cosche nel sud di Milano monopolizzano appalti e subappalti nel campo edilizio e il traffico di cocaina. Si può affermare che sul territorio milanese sono presenti tramite alleanze tutte le ‘ndrine calabresi.

Si pensa che i lavori per l’EXPO 2015 di Milano sono tuttora ad altissimo rischio infiltrazioni delle cosche. Il 13 luglio 2010 viene scoperta una nuova struttura nel Nord Italia chiamata Lombardia che federa i locali del settentrione ma sempre alle dipendenze dei mandamenti calabresi.

La relazione della DIA al Parlamento, riguardo al 1º semestre 2010, rileva “nel Nord, soprattutto in Lombardia, una costante e progressiva evoluzione della ‘ndrangheta” che si muove attraverso “consenso” e “assoggettamento”;così determinando “un vero e proprio condizionamento ambientale che si è insinuato a tutti i livelli da quello sociale a quello economico e politico-amministrativo”.

La ‘ndrangheta all’estero

La ‘ndrangheta, inizia a stabilirsi all’estero fin dalle emigrazioni di inizio secolo, quando ancora non era chiamata con l’attuale nominativo ma Mano nera o Picciotteria. Si insedia soprattutto in Australia, Canada e Germania. In Australia nasce una fervente attività nella coltivazione di campi di marijuana. Negli anni cinquanta proprio in Canada e Australia nasce il cosiddetto Siderno Group, un consorzio di famiglie con collegamenti anche con elementi di Cosa nostra americana come Frank Costello dediti al traffico di eroina e di armi. L’attività più intensa si svolse tra gli anni ottanta e novanta ed è solo nell’ultima decade del 900 appunto che le forze dell’ordine arrestano i componenti del Siderno Group. Quando si inserisce nel traffico di cocaina negli anni ottanta e comincia a controllarne i traffici si sposta in Spagna, Portogallo e Olanda fino ad arrivare in Colombia e a trattare direttamente con i Narcos e con l’AUC di Salvador Miguel Mancuso. Viene individuata in tutto il Sud America: Perù, Cile, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Venezuela e Bolivia. Negli anni novanta si scopre che i proventi illeciti vengono riciclati in tutta Europa, Germania, Regno Unito, Olanda e nei paesi dell’est: Russia, Ungheria, Polonia e Romania nell’acquisto di immobili, esercizi commerciali, imprese. Molte ‘ndrine infine in Austria e in Svizzera hanno conservato i loro capitali, e, soprattutto in quest’ultima, ci sono stati anche svariati traffici di armi.

Negli ultimi anni, le rotte del narcotraffico si sono spostate in Africa occidentale poiché più controllato il traffico diretto Europa-Sud-America. Sono stati sequestrati nel 2007 250 chili di cocaina provenienti dal Sud America e in transito a Dakar in Senegal che sarebbero dovuti arrivare in Italia. Nel continente, la ‘ndrangheta sembra anche abbia commerciato in diamanti nel Sud Africa, e smaltito rifiuti tossici principalmente in Somalia, ma anche in Kenya e nella Repubblica Democratica del Congo dove Antonio Nicaso, in un articolo su l’Espresso parla anche di compravendita di Coltan in cambio di armi con le milizie della regione.

 

Ruolo economico della ‘ndrangheta

Nasce nell’Ottocento e vive fino alla prima metà del Novecento come mafia agropastorale. La sua evoluzione comincia negli anni cinquanta quando inizia a trafficare in droga a livello internazionale (Siderno Group) e quando negli anni settanta si infiltra negli appalti per l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e l’area industriale di Gioia Tauro. I proventi del denaro vengono reinvestiti e riciclati all’estero.

Nel 2004 la ‘ndrangheta si stima abbia guadagnato solo dal traffico di droga 22 miliardi e 340 milioni di euro (circa 44 000 miliardi di lire) che risulta essere quindi l’affare più redditizio Ottiene il primato anche per il traffico delle armi con 2 miliardi e 353 milioni di euro (il guadagno delle altre organizzazioni mafiose si aggira attorno agli 800 milioni di euro). 4 100 milioni di euro il giro d’affari nell’usura, 4 600 milioni di euro per il traffico di armi e la prostituzione. Questa è solo una parte dei guadagni. Secondo dati Eurispes la ‘ndrangheta nel 2004 ha avuto un giro d’affari stimato di 36 miliardi di euro. Secondo Donato Masciandaro, docente di economia alla Bocconi la cifra sarebbe invece di ben 55 miliardi di euro (pari al 5% del PIL italiano) poiché andrebbero aggiunti anche i guadagni dal riciclaggio di denaro sporco.

Nel 2007, il rapporto Svimez, basato su stime Confesercenti, dice che in Calabria circa 150.000 società pagano il pizzo, la metà della totalità delle imprese presenti.

Nel 2008 l’ultimo rapporto dell’Eurispes rivela un giro d’affari di 44 miliardi di euro approssimato per difetto. Pari al 2.9% del PIL italiano. Il 62% degli introiti viene dal traffico di droga.

Ecco la tabella dell’Eurispes divisa per attività

Attività illecite

Valore

Traffico di droga 27,240 miliardi €
Imprese e appalti pubblici 5,733 miliardi €
estorsione e usura 5,017 miliardi €
Traffico di armi 2,938 miliardi €
Prostituzione 2,867 miliardi €
Totale 43,795 miliardi €

Secondo l’Agenzia del Demanio dal 1986 al 2006 in Calabria vi sono 1093 immobili (di cui 800 nella provincia di Reggio Calabria) confiscati alla ‘ndrangheta, di cui 562 abitazioni, 363 terreni, 122 locali, 18 capannoni e altri 28 beni immobili.

Questi guadagni rendono la ‘ndrangheta una delle mafie più ricche del mondo. Il successo di questa organizzazione può essere spiegato solo con un’abile politica di riciclaggio del denaro sporco (inizialmente fornito dai sequestri di persona) e con un reinvestimento nel campo della droga che ha portato questa mafia a superare economicamente le altre: Cosa nostra, Sacra Corona Unita e Stidda.

Interessi economici

L’attività principale è il traffico di droga, dal quale raccoglie i maggiori proventi, di cui, la cocaina è il settore più importante. In Calabria l’estorsione nei confronti delle società è asfissiante, ma anche nel nord Italia si è notato un aumento dell’attività estorsiva. Le infiltrazioni in appalti e sub-appalti cominciano negli anni settanta in Calabria e continuano al giorno d’oggi anche nel Nord Italia; il territorio calabrese subisce poi l’appropriazione indebita di finanziamenti statali e dell’Unione Europea. Il riciclaggio di denaro attraverso banche, l’acquisizione di immobili e società è stata una delle principali attività degli ultimi 15 anni in Italia e all’estero. Alcune operazioni delle forze dell’ordine testimoniano la loro presenza nel settore dei locali notturni in Italia settentrionale.

In misura minore sono coinvolti nel traffico di armi e il controllo della prostituzione. Alcune ndrine sono dedite alla contraffazione di denaro. In Sud Africa è stato rilevato un traffico di Diamanti e sempre nel continente africano anche scambio di armi per coltan. Dagli anni settanta agli anni novanta furono particolarmente attivi nei sequestri di persone in territorio italiano. Negli anni ottanta e novanta sarebbero stati coinvolti nello smaltimento di rifiuti tossici (nell’operazione Export del luglio 2007 vengono sequestrati 135 container di rifiuti diretti in Cina, India, Russia e Nord Africa[) e radioattivi per mezzo di affondamento di navi nel mediterraneo e in Africa Orientale.

Rapporto giovani-‘ndrangheta

Oggigiorno la stragrande maggioranza dei giovani si trova a dover affrontare problematiche varie che spaziano dall’alcool alla droga, dal fumo alle sale giochi in un mondo che, tra Social Network e i gruppi emo, è totalmente cambiato rispetto a quello di venti anni fa. Se indubbiamente resta importante soffermarsi su questi temi poiché sono i problemi importanti che coinvolgono la stragrande maggioranza dei ragazzi già dagli undici o dodici anni d’età, ci sono realtà di natura “diversa” che riguardano intere generazioni del sud Italia. Questioni da non sottovalutare. Ovvero come cresce un giovane nato in un paese dove la maggior parte degli abitanti appartiene alla criminalità organizzata, dove la sua famiglia fa parte della criminalità organizzata, dove la scuola fa parte della criminalità organizzata, così come il gruppo dei pari e tutto ciò che lo circonda. Se è vero che attraverso l’educazione la società garantisce la propria sopravvivenza, la mafia attraverso le sue diramazioni come la ‘ndrangheta contribuisce alla formazione di una “educazione” societaria deviata che concorre al malessere generale e all’aumento della delinquenza su tutto il territorio nazionale e internazionale, visto che ogni società garantisce il proprio futuro e la sopravvivenza della sua cultura attraverso la capacità di incidere sulla formazione soprattutto delle nuove generazioni.

Francesco Fonti, uno dei più importanti collaboratori di giustizia, nonché rari, poiché i pentiti in Calabria si contano sulle punte delle dita, originario di Bovalino (RC) e affiliato alla ‘ndrina di Siderno, pur non avendo con questi alcun legame di sangue, nel suo libro/biografia spiega il perché entrò a far parte della ‘ndrangheta:

“Avevo meno di vent’anni ma nel sud questa è l’età buona per essere affiliato. Studente liceale, iscritto all’università, buona famiglia: l’ideale per i progetti mafiosi degli uomini invisibili”, infatti negli anni ’60 lo Stato affermava che la ‘ndrangheta non esisteva.

Fonti racconta ancora: “Frequentavo il liceo ‘Zaleuco’ a Locri e nelle mie amicizie si annoveravano ragazzi più o meno della mia età, ma anche altre persone più grandi di me, (…); tutte avevano la nomea di appartenere alla ‘ndrangheta.(…) Trascorrevo diverso tempo con queste persone ad ascoltare le storie di alcune loro avventure e dei vantaggi che si avevano a far parte di quella organizzazione (…) queste frequentazioni mi influenzavano molto e mi spingevano ad ammirare questo tipo di organizzazione, infatti mi comportavo in modo rispettoso, immaginando che così facendo un giorno qualcuno di questi personaggi mi avrebbe finalmente introdotto nelle loro fila. Mi attirava la segretezza di questa associazione, dal modo di parlare tra il dire e il non dire a come i suoi affiliati erano rispettati nel loro paese e anche al di fuori di esso: quando entravano nel bar erano riveriti da tutti i presenti, dall’operaio all’assessore comunale, senza distinzione. Ero ammaliato dai racconti, certamente romanzati, di come i vecchi capobastone aiutavano chi avesse bisogno e tenevano alla parola data come il primo punto d’onore; prendevano ai ricchi per dare ai poveri. Mi chiedevo come anche senza tanta cultura riuscissero ad attirare il consenso popolare e mi meravigliavo di come fossero tenuti in considerazione dal politico di turno che faceva campagna elettorale ed a loro si rivolgeva per i voti”.

La violenza sui minori e dei minori è un fenomeno tristemente diffuso e non ancora arginato nel nostro Paese. Le statistiche parlano di circa 130mila minori abituati a delinquere, evidenziando, nel contempo, un forte incremento negli ultimi anni. La camorra in Campania, la `ndrangheta in Calabria, la mafia in Sicilia e la “Sacra corona unita” in Puglia, continuano ad assoldare minori per attività illecite marginali: si conta che il numero dei minori che “lavorano” per esse a tempo pieno e a “stipendio fisso” raggiunga le 60mila unità, mentre 50mila sono coinvolti saltuariamente in traffici di droga. A questi vanno aggiunti i circa 20mila “baby-delinquenti” che nelle regioni del centro e del nord Italia agiscono da soli o in piccole bande. Tutti insieme compongono la triste e preoccupante cifra dei 130mila piccoli delinquenti. Dati purtroppo destinati ad aumentare, che costituiscono una delle più gravi emergenze sociali, tanto da richiedere interventi rapidi e risolutivi. Si tratta di ragazzi tra i dieci ed i diciassette anni che girano per le città “scippando” e rapinando passanti e turisti, consumando e/o vendendo stupefacenti, rubando auto e motorini; cambia solo il soprannome con cui sono conosciuti nelle principali città del Sud. A Bari sono i “Topini”, mentre a Reggio Calabria e a Palermo sono i “picciotti”, a Napoli i “muschilli”, cioè moscerini, poiché “volano” da un veicolo all’altro seminando il panico nei quartieri. La maggior parte di questi ”baby-delinquenti” proviene da famiglie di basso tenore sociale ed economico, nonché di limitati interessi culturali, famiglie in molti casi dedite anch’esse alla malavita.

Nelle sub-culture calabresi, dove l’adesione all’organizzazione criminale è quasi del 90%, si cresce con l’idea che lo Stato è il “nemico”, di conseguenza la `ndrangheta, che svolge una politica anti-Stato, diventa ciò che è “bene” per le famiglie a lei associate, normalizzando in questo modo il comportamento criminale. Ma se di ‘ndrangheta si vive, di ‘ndrangheta si muore. E sono tanti quelli che pagano con la propria vita l’averne tradito le regole. Ecco cosa scrive un quotidiano calabrese, il giorno successivo all’uccisione di un giovane di diciotto anni:

Vergognoso silenzio seguito all’assassinio del giovane Francesco Inzitari, di appena 18 anni, condannato a morte dalla ‘ndrangheta. Il boia questa volta ha eseguito il suo sporco lavoro addirittura di sabato sera, il 5 dicembre 2009, mentre il giovane stava raggiungendo alcuni amici in pizzeria, come un qualsiasi teenager alle prese con la propria adolescenza. La ‘ndrangheta nell’elaborare il suo giudizio avrà considerato colpa gravissima l’essere figlio di Pasqualino Inzitari, imprenditore rampante con la passione per la politica, autore di rivelazioni scomode. Questa vicenda ci dice con evidente chiarezza che se i comunisti mangiavano i bambini, oggi la ‘ndrangheta uccide i ragazzini, e che portare un cognome scomodo in Calabria può costarti 10 colpi di pistola con annesso colpo di grazia. In una terra dove le colpe del padre sono di dovere anche del figlio, è il vincolo parentale ciò che conta, non il pensiero del singolo. Secondo una logica d’appartenenza dal retrogusto medioevale, la condotta del padre ricade nell’asse ereditario che non ammette rifiuto o beneficio d’inventario. Francesco avrebbe dovuto scappare via, scegliere un’altra vita, lontano da qui, ma alla fine aveva accettato l’amaro destino. La cosa più sconvolgente di questo fatto di sangue è stata l’assoluta mancanza di indignazione della Società Civile Calabrese e Nazionale. Nessuno, oltre ai giovanissimi coetanei della vittima, ha osato manifestare il proprio dissenso. Le piazze sono rimaste vuote e silenti, così come la politica, le associazioni e i comitati. Fino ad ora si registra solo una fiaccolata nata su iniziativa di alcuni ragazzi di Rizziconi (RC) amici di Francesco, coadiuvati da Don Pino Demasi. Il funerale del giovane è stato connotato dalle assenze, della politica in primis, più che dalla partecipazione. Le prime pagine dei giornali hanno concesso alla notizia un breve diritto di asilo e poi l’oblio. Eppure, la morte di un innocente, per giunta giovanissimo, avrebbe dovuto innescare un moto di ripulsa generale, una reazione corale come avviene in casi così eclatanti. Perché non vi è stata indignazione? Mi sono arrovellato su questo interrogativo e la conclusione cui sono giunto è più amara della constatazione che l’ha generata. Io credo che la Società Civile Calabrese abbia liquidato questo omicidio come un semplice fatto di ‘ndrangheta, inserito nella consecutio che scandisce i tempi di svolgimento della vendetta. In altre parole ce lo si aspettava e poco importa l’età del morto annunciato. Se così è, significa che la Calabria celebra la morte con maggiore o minore slancio a seconda del cognome, rimanendo imbrigliata in una cinica logica di valutazione dell’appartenenza. Oppure, più semplicemente, è segno che ci stiamo mitridatizzando, assuefacendoci ai veleni della ‘ndrangheta e sviluppando, tutti, una inconscia abitudine ad eventi inaccettabili”.

Famiglie, ‘ndrangheta e rete sociale

La struttura sociale dove nasce e matura la criminalità giovanile differisce da regione e regione, lungo tutto lo stivale che compone il nostro paese. Da alcune ricerche effettuate presso alcune scuole della capitale, dove è forte il senso di appartenenza a bande giovanili, è emerso che fra le cause di devianza ci sono la povertà, uno scarso livello di integrazione, un inadeguato attaccamento parentale e basso rendimento scolastico, che probabilmente è una conseguenza delle prime tre istanze non risolte. Analizzando i risultati di questo studio e ponendoli a confronto con la società giovanile calabrese che risiede nei centri più colpiti dalla criminalità organizzata, si possono immediatamente riscontrare differenze rilevanti. La povertà non è un fattore rilevante nelle famiglie appartenenti alla ‘ndrangheta le quali, pur dimostrandosi tali, hanno mezzi di sostentamento ben superiori agli onesti lavoratori; neppure la mancanza di integrazione, al contrario qui i giovani sono ben integrati, “istruiti” e notevolmente rispettosi delle “regole”. Solidi i rapporti parentali.

È infatti la famiglia il nucleo principale dell’associazione criminale e, di conseguenza, si può riscontrare un ragguardevole rispetto tra figli e genitori i quali, spesso, vengono considerati come eroi da imitare. Forte anche il senso di appartenenza all’associazione criminale, tanto che i giovani, in caso di necessità, sono pronti a sacrificarsi pur di proteggere i loro compagni e in rispetto delle regole d’onore. Lo scarso rendimento scolastico sembra restare l’unica cosa che accomuna questi giovani al resto dei loro coetanei che vivono in altre regioni di Italia. Fino a qualche anno fa la maggior parte dei ragazzi provenienti dalle famiglie più radicate all’interno della criminalità organizzata andava a scuola soltanto fino all’età di tredici anni, giusto per frequentare il periodo obbligatorio di scuola; oggigiorno, adattandosi ai tempi, i giovani frequentano anche le università ma il sentimento verso l’istruzione è rimasto lo stesso. Si studia non per imparare ma per avere un titolo di studio poiché il destino di un giovane è già scritto: se sei un uomo farai la strada che ha fatto tuo padre, farai parte dell’associazione e lavorerai per lei, se sei donna invece, così come ha fatto tua madre con te, dovrai occuparti della famiglia e dei figli che ne verranno. Ancora oggi, fedeli alle tradizioni più arcaiche questa resta una verità radicata, nel profondo, delle famiglie di ‘ndrangheta. Le regioni in cui è presente la ‘ndrangheta infatti hanno un legame socio-culturale molto simile: l’addestramento alla freddezza emotiva.

In un contesto sociale dove prevale la mentalità mafiosa, dal singolo cittadino all’amministratore – la ‘ndrangheta, infatti, non è un’entità a sé che minaccia l’assolvimento dei compiti istituzionali, essa spesso fa parte delle istituzioni -, ogni diritto diventa un favore e la gente onesta fa fatica ad opporsi a regole e consuetudini imposte. Regole che accordano alla cittadinanza una vita ordinata, apparentemente tranquilla, non assolutamente turbata dalla microcriminalità. Il risultato è un controllo sociale a favore della ‘ndrangheta che come conseguenza ha la “custodia” totale del territorio attraverso la delazione degli affiliati, verso quei comportamenti non “idonei”, siano questi di natura “criminosa” avulsa del contesto associativo, sia messi in atto da cittadini che non intendono più sottostare alle regole imposte dall’associazione criminale. La paura che ne consegue è tale per cui il silenzio o l’omertà sono considerati una “tutela” di fronte alla quotidiana realtà.

Carcere come scuola di delinquenza

Questo luogo non-luogo, sempre più lontano dai centri abitati, spinto verso le periferie, affichè sia sempre meno visibile ai “cittadini per bene”, ma al contempo assolva lo scopo di incutere in tutti la paura, il terrore di finire in un “buco nero” tetro e cupo, al minimo sgarro alle leggi dei potenti. Un posto di cui assai poco si conosce, ma del quale si intuisce anche troppo facilmente l’aspetto segregativo, violento, persecutorio, aberrante. E del quale si comprende molto bene, e non solo livello inconscio, che non sono precisamente vere le favolette insinuate dai media o dalla fantasia popolare più distorta e reazionaria che si mangia e dorme gratis (in carcere si paga tutto, detenzione compresa), che si sta bene perché c’è perfino la televisione (questo è null’altro che un ennesimo strumento di tortura) e adesso si fa tranquillamente anche sesso (assolutamente falso!).

Lo scopo primario del carcere dunque è quello di controllare la popolazione e fungere da deterrente a comportamenti non compatibili con gli standard borghesi dominanti. Sostanzialmente si potrebbe dire che serve essenzialmente a tenere mansueto quello che Marx chiamò “l’esercito industriale di riserva”, ovvero a controllare quella massa di non occupati che per sopravvivere è costretta a trasformarsi in barboni, mendicanti, vagabondi, briganti, rapinatori, ecc. che vive di espedienti e che talvolta si politicizza, diventando una concreta minaccia “rivoluzionaria” al dominio borghese.

E qui veniamo a sfatare un luogo comune che sfacciatamente ancora oggigiorno ci viene propinato dai media: il carcere serve a rieducare, a istruire, a “recuperare” ai valori della cosiddetta “società civile”. Niente di più falso! E’ evidente che il carcere non assolve minimamente neanche una di queste funzioni: serve a privare della libertà e a tenere sotto controllo (o sedare definitivamente) soggetti che altrimenti non sono compatibili col modello di sviluppo borghese, punto e basta.

Di più. Il carcere odierno come tutti sanno è una scuola di “criminalità”, ovvero chi vi entra per qualsiasi ragione ne uscirà (se ne uscirà) più violento e rabbioso, e senz’altro più esperto nel continuare a “delinquere”. Questo passaggio sarà tra l’altro quasi obbligatorio, perché per un individuo il fatto di essere stato carcerato, comporta inevitabilmente una serie di stigmatizzazioni sociali (difficoltà nel trovare un lavoro, perdita di quei pochi beni che possedeva prima della carcerazione, esclusione, emarginazione…).

Quindi il carcere moderno svolge anche la funzione di riprodurre se stesso all’infinito, ponendosi come una autentica fabbrica di soggetti incompatibili alla società e alle sue regole.

Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/’Ndrangheta

http://www.onap-profiling.org/archives/1192

http://digilander.libero.it/polvere3/doc/Carcere.htm

Alessandro Mollica

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