Storia dei movimenti studenteschi- “La Pantera siamo noi” (1989-1990)

la pantera siamo noi

“La Pantera siamo noi”

Nel 1989 l’allora ministro dell’Università, il socialista Antonio Ruberti, propose una  riforma dell’università che, di fatto, introduceva l’autonomia degli atenei da una parte ma faceva entrare i privati nel pubblico dall’altra. Così partirono le occupazioni in mezza Italia. Primo Ministro era Giulio Andreotti, al suo ultimo mandato; il ministro dell’Istruzione era Antonio Ruberti, socialista, craxiano. E’ l’ultima legislatura della cosiddetta Prima Repubblica, siamo alle soglie di Tangentopoli. Siccome proprio in quei giorni a Roma venne avvistata una pantera, il movimento si inventò l’accattivante slogan “la pantera siamo noi”, usando come immagine proprio il felino del Black Panther Party americano, quelli per il potere nero nel ’68 americano. O meglio, furono due pubblicitari di professione (Fabio Ferri e Stefano Palombi) a regalare la “griffe” al movimento. La pantera perché “non si sa da dove sia spuntata, come questo movimento fiorito in un momento con pochi spazi d’opposizione. Perché anche se fa paura la gente sta dalla sua parte. E poi è imprevedibile, con molte facce, ancora ideologicamente sfuggente”, raccontò Ferri a Repubblica in quei giorni.  In realtà il logo della pantera nera non era altro che il logo ufficiale delle Pantere Nere americane (Black Panthers Party), nato nel 1966, che lo ereditò dall'”Organizzazione per la libertà della Contea di Lowndes”.

In Italia la Pantera nacque dall’occupazione dell’Università di Palermo, e in particolare della Facoltà di Lettere e Filosofia, il 6 dicembre 1989 e si estese poi a numerose università italiane fino alla primavera del 1990.

Il 5 dicembre  gli studenti della facoltà di Lettere di Palermo occuparono la facoltà, sia per opporsi alla riforma che l’allora ministro socialista dell’Università e della Ricerca scientifica e tecnologica Ruberti aveva proposto, sia per protestare contro le pessime condizioni materiali della facoltà.

Dopo pochi giorni, sette facoltà palermitane entrarono anch’esse in occupazione; il 20 dicembre si svolse a Palermo una grande manifestazione che coinvolse circa diecimila studenti universitari e medi, che a loro volta stavano occupando le scuole superiori contro l’analogo progetto di riforma Galloni, dal nome del ministro della Pubblica Istruzione.

Il motivo aggregante della protesta – come si è detto- fu la proposta di legge Ruberti che prevedeva l’autonomia degli atenei e l’ingresso dei privati nelle Università. Il primo aspetto segnava la fine dell’idea stessa di Università di massa, con la creazione di una gerarchia tra gli atenei, divisi tra atenei di eccellenza e atenei di seconda fila. La legge prevedeva poi la possibilità per le aziende di contribuire al finanziamento dei corsi di studio, in base alle necessità dei loro piani industriali, alleviando, secondo le intenzioni del Governo, l’onere contributivo dello Stato nella ricerca. Se un’azienda investiva capitali per un programma di ricerca, era ovvio pensare, secondo il movimento, che non avrebbe fatto beneficienza. Gli studenti rivendicavano un sapere slegato dal processo produttivo e una formazione culturale non necessariamente collegata alla sua spendibilità nel mondo del lavoro.

“L’ università privata, la pantera s’ è incazzata”

La mobilitazione palermitana riscosse molto interesse negli altri atenei italiani, a cominciare dalla Sapienza di Roma. Presto furono convocate molte assemblee d’ateneo in ogni città, per discutere del progetto Ruberti. Questo progetto di riforma prevedeva una trasformazione netta in senso privatistico delle Università italiane, poiché permetteva il finanziamento privato delle ricerche e l’ingresso delle aziende nei consigli di amministrazione degli Atenei. Questo avrebbe portato ad uno sminuimento del valore delle facoltà umanistiche a vantaggio di quelle scientifiche e tecnologiche, e un declassamento di quegli atenei minori incapaci di reperire autonomamente i fondi per le ricerche, con conseguente svalutazione del titolo di studio da esse rilasciato. Gli studenti, inoltre, venivano emarginati negli organi decisionali, dove la presenza dei professori ordinari era maggioritaria, mentre per gli studenti veniva creato ad hoc un Consiglio degli studenti con funzioni meramente consultive.

Quasi dappertutto le assemblee d’Ateneo decisero per l’occupazione, ed il movimento si dichiarò “politico apartitico, democratico, non-violento ed antifascista”. Talvolta gli studenti si connotavano più nettamente come pacifisti.

La notte del 27 dicembre venne avvistata una pantera a Roma, in mezzo a Via Nomentana. Poco dopo una volante della polizia confermò l’avvistamento. Da qui l’inizio di una lunga quanto vana caccia alla pantera di Roma.

È a questo punto che due pubblicitari inventano lo slogan «la pantera siamo noi» e lo regalano agli studenti ribelli dell’Università “La Sapienza”.

Il 15 gennaio anche La Sapienza di Roma è occupata. La mattina di quel giorno venne presa “Lettere” durante un’assemblea affollata ed eccitante, al termine della quale un gruppo di persone entrò nella stanza di Achille Tartaro, preside della facoltà, per chiedere le chiavi dell’ingresso come atto simbolico e il fax dell’istituto come strumento per comunicare con il mondo. Dopo alcuni minuti di tensione Tartaro non poté che accogliere le richieste. Riguardo il fax chiese sornione:“Ma lo sapete usare?”.

In seno al movimento della Pantera si forma, nel 1990, uno dei primi gruppi rap italiani: l’Onda Rossa Posse di Roma; il brano del gruppo Batti il tuo tempo, poi inciso sul miniLP omonimo, diventa ben presto colonna sonora delle occupazioni: è cantato nelle gradinate delle facoltà e nelle manifestazioni degli studenti.

Il 1º febbraio venne convocata a Palermo la prima assemblea nazionale del movimento, a cui parteciparono migliaia di studenti. Non fu possibile rendere effettivo il criterio di partecipazione ai soli delegati, al che la presidenza dell’assemblea decise la partecipazione di tutti gli interessati. L’assemblea propose un allargamento del movimento ad altre categorie universitarie, come docenti, personale amministrativo e tecnico e assegnisti, ma nella sostanza fu incapace di individuare altre forme di lotta al di fuori dell’occupazione, mentre lasciava la proposta ad ogni ateneo sui modelli alternativi possibili.

Ovunque, infatti, le occupazioni furono caratterizzate da seminari autogestiti, corsi in collaborazione con docenti, creazione di biblioteche specifiche, nell’ottica che l’unico vero tipo di studio ammissibile fosse quello sperimentale e di ricerca, affidando un ruolo secondario al tradizionale nozionismo delle lezioni frontali.

Il movimento sviluppò per le comunicazioni interne una “retefax” che divenne uno dei segni di riconoscimento degli studenti, precursore delle attuali e diffuse mailing-list, e che serviva da aggiornamento continuo sui fatti che accadevano nelle occupazioni. Accanto alla rete fax, più evidente ai media, si registra il primo caso strutturato di social network a sfondo politico con la rete Okkupanet, ad opera, tra gli altri, di Simone Botti e Andrea Mazzucchi. Questa rete, considerata il primo esempio di utilizzazione del network in senso politico, oltre ad unire le facoltà scientifiche, già all’epoca collegate tra di loro con i computer VAX mediante rete DECnet, rappresentò un fondamentale punto di raccolta delle informazioni relative ai fatti di Piazza Tiananmen in Cina. Le autorità cinesi, probabilmente all’oscuro dell’esistenza del nuovo mezzo di comunicazione, non avevano infatti interrotto la rete telematica ed i messaggi dalle università cinesi, ripuliti dagli header che avrebbero permesso di identificarne la sorgente, venivano regolarmente passati alla stampa italiana dai comitati stampa delle facoltà scientifiche romane.

Pochi giorni dopo l’assemblea nazionale, in uno dei seminari autogestiti del movimento romano intitolato “Vecchi e nuovi movimenti” prese parola un ex brigatista rosso: questo fu il pretesto per lo scandalo dei presunti legami del movimento con la lotta armata, che stava cioè usando la Pantera per ricostruire un’opposizione armata allo Stato.

I quotidiani nazionali (non solo di destra) diffusero quindi notizie dal tenore scandalistico, che per giorni tennero banco sulle prime pagine, portando ad una evidente difficoltà di relazione con l’opinione pubblica gli studenti, che fino ad allora avevano cercato di apparire non ideologici, trasversalisti, ma mai violenti.

Il mese di febbraio fu quindi quello della difficoltà a resistere nelle università; il movimento vide sorgere delle crepe allorché il ministro Ruberti annunciò alcuni emendamenti alla legge, che andavano essenzialmente incontro alle richieste degli studenti controccupanti, raccolti dalle sigle delle federazioni giovanili di tutti i partiti, escluso il PCI e Democrazia Proletaria. Questi emendamenti davano una parte di rappresentanza negli organi centrali e rendevano obbligatori i pareri del Consiglio degli Studenti.

L’ala “moderata” del movimento, raccolta intorno alla Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI), fu più sensibile a questi emendamenti, che d’altronde erano appoggiati anche dal Pci. Il dibattito del mese di febbraio avrebbe portato ad una nuova assemblea nazionale, questa volta a Firenze, il 1º marzo 1990, con tutte le facoltà ancora occupate. Una grande manifestazione di circa cinquantamila studenti si tenne a Napoli il 17 marzo 1990, per quanto molte facoltà fossero ormai pronte a smobilitare.

L’ala “dura” del movimento, vicina all’area dei centri sociali, fece passare ancora una volta il rifiuto del progetto Ruberti nella sua interezza, ma ad ogni modo Napoli segnò la fine della Pantera come movimento di massa. Ovunque le facoltà smobilitavano. Il movimento non riuscì essenzialmente a darsi obiettivi concretamente raggiungibili capaci di dare vitalità alla mobilitazione. L’assemblea fiorentina sancì la spaccatura del movimento, che portò a distanza di qualche anno alla nascita dell’Unione degli studenti (UDS).

La parte più consistente del movimento, ovvero i cosiddetti “cani sciolti”, abbandonarono una mobilitazione che aveva ormai perso i propri punti di riferimento.

L’ultima università a smobilitare fu Palermo, e l’ultima facoltà fu Architettura, il 9 aprile 1990, dopo 127 giorni di occupazione.

Negli anni a venire nuove ondate di mobilitazioni portarono ad altre occupazioni, sempre sotto l’icona della Pantera. Allo stesso modo si crearono spesso liste elettorali che ebbero come simbolo la Pantera.

I motivi della protesta non si fermavano però alla sola opposizione alla riforma. Si voleva uscire dalla marginalità in cui si trovavano gli studenti all’interno, ma anche all’esterno dell’Università, privi di potere decisionale sul proprio futuro. Si contestava inoltre l’aumento delle tasse che avrebbe seriamente compromesso il diritto allo studio. Preoccupava poi l’entrata in Europa, con la nascita dell’Unione Europea. L’unione economica e finanziaria avrebbe condotto la ricerca, secondo la Pantera, ancora di più nelle mani delle grandi multinazionali. Infine, il movimento rivendicava l’accesso a un’informazione libera e autonoma, e contestava la manovra di Berlusconi (legittimata dall’allora ministro delle Comunicazioni Mammì, dopo la deregulation degli anni Ottanta) di accentramento dei canali di comunicazione.

La pantera, quella vera, in carne ed ossa, non è mai stata trovata. Mentre il movimento si sciolse dopo qualche mese e ognuno prese la propria strada. Sconfitti? Sorride, Antonini: “Forse, ma almeno non ci siamo burocratizzati”.

Bibliografia

Micaela Arcidiacono, Francesca Battisti, Sonia Di Loreto, Carlo Martinez, Alessandro Portelli, Elena Spandri, “L’aeroplano e le stelle. Storia orale di una realtà studentesca prima e dopo la pantera“, Manifestolibri, 1995

Marco Capitelli, “La pantera siamo noi. Cronache, immagini, documenti e storie delle occupazioni universitarie del ’90“, Instant Books CIDS, 1990

Loredana Colace, Susanna Ripamonti, “Il circo e la pantera. I mass-media sulle orme del movimento degli studenti“, Edizioni Led, 1990

Massimiliano Denaro, “Cento giorni. Cronache del Movimento Studentesco della Pantera ’90“, Navarra Editore, 2007

Angelo Petrella, “La città perfetta“, Garzanti libri, 2008

Nando Simeone, “Gli studenti della Pantera. Storia di un movimento rimosso“, Edizioni Alegre, 2010

Albanese Carmelo, “C’era un’onda chiamata pantera’, Manifestolibri, 2010

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