Emergenza stalking omofobia- “Sei gay” e sedicenne si chiude in casa per la vergogna- Il resto è una scia di morti

Lo hanno preso di mira per i suoi atteggiamenti, ritenendolo un omosessuale, al punto da non farlo più uscire di casa per la vergogna. È questo il trattamento, condito di battute e scherzi pesanti, subito da uno studente vicentino di 16 anni, i cui genitori si sono alla fine rivolti ai carabinieri. Lo apprendiamo in una nota di cronaca de La Repubblica di oggi 30 novembre.

I cinque compagni di scuola – quattro maschi e una femmina – sono stati convocati e convinti a desistere dalla persecuzione. Dalla fine dell’anno scolastico al settembre scorso, il ragazzo era diventato il bersaglio dei compagni per il suo modo di vestire eccentrico e i gusti considerati troppo femminili. Lo studente è stato prima chiuso nel bagno delle ragazze, poi gli sono state infilate delle riviste gay nello zaino e infine il suo numero di cellulare è stato apposto alle fermate dell’autobus con offerte omosessuali esplicite.

Una vicenda che ricorda un caso recente, anche se dall’esito tragico, accaduto a Roma, dove un quindicenne si è ucciso perché deriso a scuola per la sua presunta omossessualità.

Il ragazzo con i pantaloni rosa

Ricordiamo brevemente la vicenda. A dare l’annuncio agli amici era stata  la preside del liceo scientifico Cavour, a pochi metri dal Colosseo: A.S., uno studente di quella scuola, di 15 anni, si era tolto la vita. I suoi compagni di classe l’hanno presa malissimo. Hanno scritto una lettera per ricordare A.S. che, qualche ora più tardi, hanno letto nel cortile della scuola occupata. C’è chi dice che alcuni di loro si siano sentiti in colpa per qualche battuta di troppo. Ce n’erano state anche martedì quando A. si era presentato a scuola con lo smalto. Pare che anche una professoressa gli avesse detto che non era il caso.

A.S. indossava i jeans rosa, aveva la frangetta, si truccava e, l’ultimo giorno, si era messo anche lo smalto. Eccentrico e simpatico. Un modo di essere che non andava bene a qualche suo compagno di scuola che, come accadeva da qualche mese, lo prendeva continuamente in giro. Battute dure, anche sgradevoli, che hanno purtroppo lasciato il segno. È nascosta in quegli insulti una delle ipotesi per comprendere le ragioni del suicidio di un ragazzino romano di 15 anni. A.S. l’ha fatta finita poche ore dopo essere uscito di scuola. È tornato a casa – dove forse c’era anche il fratello più piccolo – ha annodato una sciarpa al corrimano della scala interna e si è stretto l’altro capo al collo, lasciandosi cadere di schianto. La morte è stata istantanea. A trovare il corpo è stato il padre. Inutili i soccorsi e sotto choc anche l’altro giovane che è stato ascoltato con tutte le cautele dalle psicologhe della Questura. «Si è ucciso perché lo prendevano in giro per lo smalto sulle unghie e perché era omosessuale» ha raccontato un amico che ha subito contattato l’Help Gay Line, il numero di assistenza per chi vuole denunciare casi di pregiudizio e violenza. Una struttura (che risponde all’800713713) collegata al Gay Center che a sua volta riunisce una serie di associazioni a livello nazionale. «Abbiamo sentito anche altri ragazzi della scuola frequentata dal suicida – racconta il portavoce Fabrizio Marrazzo -, altri li abbiamo ascoltati direttamente nell’istituto. Non sappiamo se fosse veramente gay, ma ciò non toglie che per il suo atteggiamento veniva deriso e che per questo motivo era sconvolto». Sul suicidio di A.S. indaga la polizia. Gli investigatori hanno ascoltato a lungo i familiari del quindicenne e poi hanno sequestrato il telefonino e il computer del giovane. A casa non sarebbero stati infatti trovati biglietti d’addio, ma non si esclude che dai social network, come Facebook, frequentati dallo studente si possa ricostruire la rete di rapporti e i messaggi che il giovane riceveva. E sembra che, accanto a quelli degli amici, ce ne fossero altri con espliciti riferimenti e battute contro di lui. «Abbiamo chiesto alla polizia di acquisire anche quei messaggi – aggiunge Marrazzo – perché non possiamo escludere che il ragazzo sia rimasto vittima di stalking o di istigazione al suicidio. Quello che ci preoccupa è anche il fatto che in quella scuola il Gay Center ha organizzato incontri con gli studenti e gli insegnanti fino a due anni fa. Siamo sempre disponibili a collaborare con il mondo della scuola – conclude Marrazzo – ma occorre anche la collaborazione delle istituzioni».

I compagni respingono le accuse di inisinuazioni e dileggio. “Era un ragazzo estroverso – raccontano – lo conoscevamo tutti. Vestiva in modo molto eccentrico, ma nessuno lo ha mai discriminato”. Dettagli che emergono anche dal suo profilo Facebook. Nella foto sulla bacheca, A. indossa una maglia rosa. Ha un’espressione divertita. Navigando su internet, però, si trova anche un altro profilo dedicato “al ragazzo con i pantaloni rosa”. Il nome è storpiato, la foto con la parrucca è sua, la bacheca sembra essere curata da qualcun altro che, ogni giorno, annota le sue frasi senza senso. Non è certo una novità che qualcuno prende di mira la vittima designata pubblicando falsi profili su Facebook a scopo di derisione.

L’accusa di essere gay a scuola spesso rischia di equivalere a una condanna a morte

Quest’accusa è frequente nella scuola, afferma l’Arcigay, che mel 2006-07 ha svolto un’inchiesta nelle scuole, finanziata dall’Ue, condotta su circa 500 studenti e insegnanti da cui risulta che più della metà dei ragazzi e delle ragazze (53 per cento) delle medie superiori sente pronunciare spesso o continuamente parole offensive come “finocchio” per indicare maschi omosessuali o percepiti come tali.

Secondo l’indagine, un altro 28 per cento sente usare qualche volta questi insulti, il 14,6 per cento raramente, e il 3,8 mai. Ma non solo. A più del 10 per cento degli studenti capita di vedere spesso o continuamente un ragazzo deriso, offeso o aggredito, a scuola, perché è o sembra omosessuale, e raramente qualcuno interviene a difesa della vittima. Non lo fa mai nessuno secondo il 19,2 per cento, raramente per il 29,3 per cento, non sa il 22,7 per cento. I professori inoltre non se ne accorgono visto che alla domanda sul verificarsi di questi episodi nessuno risponde positivamente, mentre l’83,6 per cento dice di non aver mai assistito a episodi del genere.

In America ogni anno un adolescente su tre tenta il suicidio

In America ogni anno 34 mila persone si tolgono la vita. Nella fascia d’età 15-24 anni, il suicidio è la terza causa di morte dopo gli incidenti e gli omicidi. Se si prendono in considerazione le morti avvenute all’interno dei campus universitari, il dato sale alla seconda posizione. All’interno di questo quadro, la specificità dell’orientamento sessuale è una variabile che pesa molto: gli adolescenti gay, lesbiche e bisessuali tentano il suicidio con un tasso quattro volte superiore a quello dei loro coetanei eterosessuali. Tradotto in pratica, significa che un teenager Lgb su tre, ogni anno tenta di togliersi la vita: una realtà inimmaginabile.
Ecco perché il 21 settembre 2010, nel pieno dell’ecatombe teen, Dan Savage, columnist gay di diversi giornali Usa, ha lanciato la campagna online “It gets better” (“Andrà meglio”). Quella che è nata come una chiamata alle armi mossa dall’emergenza del momento, a tre mesi di distanza si è tramutata in un fortissimo tam tam in rete, con tanto di adesioni video del presidente Barack Obama, del vice Joe Biden, di semplici studenti, di senatori, di gruppi di impiegati delle multinazionali (Cisco, Lonely Planet o Ea, per esempio), di musicisti, attori, celebrità. L’America si è scoperta compatta, unita contro l’odioso bullismo anti-gay.

M.P., 16 anni, Torino, aprile 2007

M.P., 16 anni, frequentava l’istituto tecnico Sommeiller, considerato uno dei più prestigiosi di Torino. Dall’anno scolastico precedente era stato preso di mira dagli altri ragazzi che per deriderlo lo apostrofavano con il nome di Jonathan, come uno dei personaggi del Grande Fratello televisivo indicato come omosessuale. E così in un giorno di aprile del 2007 M.P. ha deciso di farla finita. Prima di gettarsi nel vuoto ha lasciato due biglietti,  dai quali si è appreso che in uno chiede scusa ai genitori, nell’altro traccia le motivazioni del suo gesto. “A scuola – è il senso del messaggio – non mi accettano perché mi vedono come uno diverso da loro. Non mi sento integrato”.

“Perché me lo hanno trattato così? Non aveva fatto niente di male, era un essere umano come tutti loro”. La signora Priscilla non riesce a darsi pace per la morte del figlio sedicenne, che  si è tolto la vita gettandosi dalla finestra della sua abitazione, al quarto piano di un’abitazione di Torino. Piange spiegando che suo figlio M. non sopportava più di sentirsi emarginato e insultato dai compagni di scuola che continuavano a ripetergli “sei gay, ti piacciono i ragazzi”. Ne aveva anche parlato con la preside, ma non era cambiato nulla.

“Lunedì – racconta la madre – è tornato a casa dicendo di sentirsi molto stanco e molto triste. Voleva andare subito a dormire. La mattina dopo sarebbe dovuto andare a lezione, ma mi aveva chiesto di stare a casa per studiare e riposarsi. Sono uscita e dopo un po’ mi ha chiamato mio figlio maggiore, raccontandomi quanto era successo”.

Priscilla, di origine filippina, ha sposato nel 1989 un agricoltore di Buttigliera d’Asti, dal quale ha avuto tre bambini. M. era il secondo dei tre figli della coppia, separata dal ’99. “I miei figli sono bravi, educati. Gli ho sempre raccomandato di studiare, e in effetti a scuola vanno benissimo”. Ma all’istituto tecnico Sommeiller M. aveva dei problemi, anche se era fra i più bravi della classe. “Io lo sapevo – dice Priscilla – anche perché all’inizio del precedente anno scolastico si era confidato con me. Diceva che lo prendevano in giro, che gli dicevano ‘sei un gay’, ‘ti piacciono i maschi’. Ne avevamo anche parlato con la preside”.

“All’inizio non voleva più andare – prosegue la donna, – ha continuato a seguire le lezioni e i compagni lo hanno isolato dal gruppo, come se non fosse uno di loro, come se fosse diverso. Io ero preoccupata. Gli chiesi se voleva andare da uno psicologo, mi rispose di no”.

La preside dell’istituto Sommeiller, Caterina Cogno, non esita a definirlo “il migliore della classe”. “Aveva manifestato del disagio – spiega – all’inizio del precedente anno scolastico, nel 2005. Vedendolo in lacrime, un insegnante lo avvicinò. E dopo qualche titubanza disse che gli altri lo prendevano perché studiava troppo e aveva dei bei voti. Lo chiamavano Jonathan. Intervenimmo subito, sgridammo i suoi compagni, e da allora non è più stato notato nulla di insolito. Era bravo, garbato, sensibile. Per noi è stato un fulmine a ciel sereno”

L’Arcigay ha espresso solidarietà alla mamma di Marco, la cui vicenda è solo la punta di un iceberg, per la sua perdita e per il coraggio di aver denunciato le violenze che suo figlio ha subito. Parole di conforto anche dalla Sinistra giovanile che propone al ministero dell’Istruzione una campagna contro l’omofobia e il rispetto della sessualità di ciascuno. “Dobbiamo riflettere su quanto è successo” ha detto Fausto Raciti, segretario dell’organizzazione giovanile dei Ds, “e trovare delle soluzioni perché ciò non avvenga più: nessuno deve sentirsi escluso”.

Jonathan Reynolds, 15 anni, Galles, 2006

Jonathan Reynolds

Si è ucciso gettandosi sotto un treno dopo esser stato preso in giro a scuola per via della sua omosessualità. Jonathan Reynolds, quindici anni, gallese, faccia pulita: “Spero marciscano all’inferno per quello che mi hanno fatto fare. Loro sanno di chi sto parlando”è stato l’ultimo messaggio che ha scritto al padre e alla sorellina minore, prima di morire.

Di omosessualità si muore, e non solo nell’Italia in cui brucia ancora il ricordo del 16enne di Torino suicida perché assomigliava a Jonathan del Grande Fratello. Di omosessualità si muore anche nel progredito Regno Unito, anche se nell’ambiente più chiuso e meno out of the closet del South Wales. È successo più di un anno fa, nel gennaio del 2006, ma il Times ha ricordato la vicenda nel 2007 , in un articolo che riportava la chiusura dell’inchiesta riguardo la sua morte.

“Ditelo a tutti, che questo è colpa di quelli che hanno detto cose cattive su di me: vedete, ho dei sentimenti anche io. Date la colpa a quelli che sono stati orribili e ingiusti con me. Questo è per colpa loro, sono umano proprio come loro”: le parole di Jonathan sono piene di rabbia, condivisibili (non come il suo gesto, che speriamo la gente decida di non imitare) e dolorose per noi che le leggiamo.

Billy Lucas, 15 anni, Indiana (USA), settembre 2010

Billy Lucas

Billy Lucas aveva 15 anni. Il 9 settembre 2010 si è tolto la vita impiccandosi nel granaio della sua casa di Greensburg, Indiana. Era stato sospeso da scuola proprio quel giorno dopo un litigio con i compagni che lo prendevano in giro perché era gay. Il 22 settembre Tyler Clementi, 18 anni, freshman alla Rutgers University del New Jersey, si è buttato dal ponte George Washington. Il suo compagno di stanza lo aveva segretamente registrato con una videocamera mentre si trovava in intimità con un altro ragazzo. Il 29 settembre, Raymond Chase, gay dichiarato, si è impiccato nel dormitorio della Johnson & Wales University in Rhode Island. Aveva 19 anni e voleva diventare uno chef. Prima di loro c’era stato Justin Aaberg, 15 anni, da Andover, Minnesota, impiccatosi a luglio nella sua camera da letto. Movente: bullismo verbale reiterato a causa del proprio orientamento sessuale. E si potrebbe andare avanti con la lista ancora a lungo, perché il 2010 degli Stati Uniti è stato senza dubbio l’anno dell’emergenza per gli adolescenti Lgbt (acronimo per lesbiche, gay, bisessuali, transgender).

Jamie Hubley, 15 anni, Ottawa, ottobre 2011

Jamie Hubley

Jamie Hubley, un quindicenne,  si toglie la vita a Ottawa, in Canada. Il ragazzo, seguito da un psicologo per le sue tendenze autolesioniste e depressive, raccontava quotidianamente in un blog cosa era costretto a subire e proprio al web ha affidato i suoi ultimi pensieri.

Tre settimane fa Jamie confessava quanto era dura vivere la sua sessualità in classe e che la sua scuola non assomigliava per nulla a quella gay friendly proposta dal telefilm Glee: “Odio essere l’unico omosessuale dichiarato della mia scuola. Voglio farla finita, sul serio”. La famiglia ha confermato che il quindicenne era spesso vittima dei bulli omofobi e ha ringraziato i suoi pochi amici per il supporto che gli hanno dimostrato.

Venerdì scorso un ultimo tragico post annunciava la decisione estrema: “Sono davvero stanco di vivere. E’ così difficile, mi dispiace. Non riesco ad andare avanti”. Il cadavere di Jamie Hubley è stato ritrovato sabato.

Solo il mese scorso il mondo si era commosso per Jamey Rodemeyer, uno studente quattordicenne di New York suicidatosi per colpa del bullismo omofobico. Le buone intenzioni di fermare questo fenomeno che dilaga nelle scuole americane non sono bastate neanche questa volta e un altro giovane gay ha preferito farla finita piuttosto che lottare per i propri diritti e la propria dignità.

 

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