Anche Internet è in guerra: 44 milioni di attacchi informatici contro Israele- Anonymous in testa

Il logo di OpIsrael lanciata da Anonymous

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«Hacker stanno cercando di disabilitare i simboli della sovranità nazionale, di entrare nei siti web e di inserire contenuti anti-israeliani, di compromettere informazioni e la capacità del governo di assolvere al suo compito di servizio verso i cittadini», ha dichiarato il ministro delle Finanze di Israele Yuval Steinitz, aggiungendo però che i siti governativi e della difesa non sarebbero stati scalfiti seriamente, tranne in un caso che non ha voluto citare. Anche se, secondo alcuni resoconti giornalistici, potrebbe essere stato quello del ministero degli Esteri. Steinitz ha quindi aggiunto che gran parte di questi attacchi, attraverso il tracciamento degli indirizzi IP, sarebbe riconducibile agli Stati Uniti e all’Europa, e non a Paesi arabi.

 44 milioni di attacchi informatici. Sono quelli che sono stati registrati in soli cinque giorni, e cioè dall’inizio dell’operazione Pilastro di difesa, verso i siti israeliani. L’offensiva di Tel Aviv contro Hamas e la striscia di Gaza ha infatti scatenato anche una guerriglia nel cyberspazio, con centinaia di hacker di tutto il mondo che hanno preso di mira i sistemi informatici nazionali. Un assalto eterogeneo e non coordinato che ha messo a dura prova la tenuta di un Paese leader nel settore della cybersicurezza. Secondo fonti governative, Israele avrebbe retto molto bene a quest’onda d’urto. Ma forse la parte più efficace dell’azione dei cyberattivisti è stata la messa a punto di una serie di pacchetti informativi rivolti alla popolazione di Gaza al fine di trasmettere le conoscenze tecniche necessarie per aggirare censure e soprattutto eventuali blocchi della Rete da parte di Israele, che controlla l’infrastruttura tlc della Palestina. Il gruppo Telecomix ha redatto una guida che tra le altre cose prevede indicazioni su come usare Twitter via sms e come accedere a connessioni dial-up. Lo stesso ha fatto Anonymous attraverso un paio di Care Package in inglese e arabo che contengono anche informazioni su tecniche di primo soccorso. Mentre il Gaza Trust Package offre una serie di software utili per la privacy e l’anonimato, da Tor a Pgp.

Da giorni molti gruppi di cyberattivisti, a cominciare dal più famoso, Anonymous, hanno iniziato una campagna contro i siti israeliani. Nelle piattaforme online dove si radunano gli hacktivisti, i canali che gestiscono gli attacchi contro Israele, in gergo OpIsrael, pullulano infatti di persone e di target, di attacchi continui e disordinati. Difficile tenerne traccia, anche perché molti siti che sono stati mandati offline con un DDoS (Distributed Denial of Service, attacco di negazione distribuita del servizio) o “defacciati” spesso sono ripristinati nel giro di poche ore. Sono probabilmente oltre 600 i siti che hanno subito un deface, e cioè che sono stati violati in modo tale da poterne cambiare l’homepage. Ma se si includono tutti i tipi di attacchi, allora i siti israeliani interessati sono nell’ordine delle migliaia.

È vero che la maggior parte appartengono ad aziende e privati cittadini, e quindi sono molto più vulnerabili rispetto a quelli istituzionali. Ma tra le vittime eccellenti va menzionato il sito della Bank of Jerusalem, una delle maggiori istituzioni finanziare del Paese. «Beh, certo, Israele ha risorse e know-how», dichiara a Corriere.it un membro di Anonymous attivo in OpIsrael. «E con dei semplici attacchi Ddos non si va da nessuna parte. Ma di deface a siti “co.il” e anche a target governativi ce ne sono stati centinaia. Solo oggi mi hanno contattato in chat una ventina di persone che avevano trovato vulnerabilità in siti israeliani e abbiamo violato contemporaneamente il Likud, Embassies.gov.il, IDFblog.com e altri». Anonymous ha anche rilasciato dei leak, cioè ha prelevato da alcuni siti dei dati riservati che ha poi messo online. Tra questi un elenco di nomi, email e numeri di telefono di 3500 funzionari israeliani, o che almeno appaiono come tali.

Fonte: rielaborazione di un pezzo pubblicato dal Corriere della sera



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