Noemi Franco- Femmicidio e femminicidio (Progetto: Giovani, disagio, legalita’)

Progetto di ricerca Liceo Scientifico “G.Galilei” di Potenza 2012-2013

Giovani, Disagio, Legalità

nell’ambito della Cattedra di Storia e Filosofia

per le classi III H, III I, IV As, V As, V H

NOEMI FRANCO, FEMMICIDIO E FEMMINICIDIO

 Femminicidio: “insieme degli atti di violenza fisica e psicologica contro le donne”. È una parola fin troppo frequente nella cronaca di questi anni, eppure se si cerca sul vocabolario è una parola inesistente, così come la parola “Femmicidio”, “omicidio di una donna”, coniato da Diana Russel nel suo libro “Femicide: the politics of woman killing”. Sono 127 le donne uccise solo nel 2011 in Italia e a Ottobre del 2012 siamo già a 105. Anche quest’anno riusciremo molto probabilmente a superare il numero di omicidi rispetto all’anno precedente. Se poi si analizza questo dato negli anni precedenti ci accorgiamo che dal 2005 il numero di donne uccise è aumentato del 42%.

Il dato più preoccupante è, però, che il numero di omicidi è decisamente più alto nelle regioni più sviluppate dell’Italia. Nel 2011 in cima a questa triste classifica ci sono infatti l’Emilia Romagna (17), la Lombardia (13) e il Veneto (10) contro i dati decisamente più bassi di Basilicata, Friuli-Venezia Giulia e Trentino con “solo” due omicidi. Ciò porta a pensare che la violenza contro le donne non dipenda da un basso livello culturale; spesso, infatti, nelle regioni meno sviluppate economicamente la scarsa dipendenza economica delle donne, provocato dall’alta percentuale di disoccupazione, non permette loro di scappare o di poter mantenere una famiglia dopo un divorzio. La loro unica alternativa è sopportare il marito violento.

In altre regioni, invece, sembra che gli uomini non riescano a sopportare la maggiore indipendenza delle donne fino al punto di perseguitarle e nei casi più estremi di rivendicarne il possesso uccidendole. La maggior parte dei casi di femmicidio è infatti conseguenza di separazioni non accettate dal coniuge o dal fidanzato, avvalorando il dato che molti degli omicidi siano compiuti da un membro della famiglia. La media è di una donna uccisa dal proprio partner ogni tre giorni.

Quello che emerge osservando i dati raccolti nei centri di assistenza alle donne maltrattate è che spesso la violenza domestica non viene nemmeno considerata un crimine, ma un “incidente” come altri che capitano alle donne, e quindi non viene denunciato. Questo fa parte di un retaggio culturale antico che vede la donna sottomessa al maschio-padrone, marito, padre o fratello, e quando la donna si svincola da questo rapporto, l’uomo potrebbe reagire per dimostrare di essere ancora il “sesso forte”, colpevolizzando la donna di comportamenti che provocano una reazione violenta “giustificata”.

Nonostante la società si sia evoluta, questa concezione di donna sottomessa è radicata non solo nell’ambito familiare, ma anche a livello sociale.  Basti guardare che il livello di disoccupazione femminile è decisamente più alto di quello maschile e in ambito lavorativo spesso la retribuzione della donna, a parità di compiti, è inferiore a quella dei colleghi.

Anche a livello legislativo l’Italia ha dimostrato di procedere molto lentamente e poco incisivamente. Solo nel 1981 è stato abrogato l’articolo n.587 del Codice Penale o Codice Rocco che recitava

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.

I tentativi di modificare questo articolo erano già cominciati nel 1977 grazie alla senatrice Tullia Romagnoli, ma veniva regolarmente stralciato dal dibattito parlamentare perché non veniva riconosciuta la sua importanza. Con l’abrogazione di questo articolo veniva eliminato il delitto d’onore e anche il matrimonio riparatore e bisognerà aspettare il 1996  perché la violenza sessuale sulle donne diventi un reato penale contro la vittima e non solo un reato civile contro la morale, quando invece negli Stati Uniti una legge simile era stata approvata in tutti e cinquanta gli stati già nel 1975.

Solo nel 2009 è stata approvata la legge contro lo stalking che tenta di prevenire forme di violenza, ma viene applicata in maniera non abbastanza incisiva e spesso la denuncia per stalking diventa una ragione in più per prendersela con la vittima. Inoltre le contromisure vengono delegate alla sensibilità delle regioni e quindi anche alla loro disponibilità finanziaria, decisamente troppo poco per affrontare un problema che non è più un’emergenza dato che ormai il verificarsi di tali episodi è all’ordine del giorno. Le autorità a volte sottovalutano le denunce delle vittime, ma soprattutto non possono intervenire perché non hanno i mezzi legislativi. Al massimo possono interdire lo stalker o semplicemente dare consigli alla vittima per non rendersi reperibile, cosa che diventa molto complicata se il persecutore è un vicino di casa o un familiare. Solo dopo aver commesso il reato di omicidio si possono prendere misure più drastiche.

Anche a livello di proposte politiche il programma contro le violenze sulle donne è molto sottovalutato. Alcuni partiti non hanno nessun riferimento specifico sul tema, altri lo sfiorano, ma comprendendolo in senso generico sulle pari opportunità o difesa delle minoranze.

Ci sono stati dei tentativi di aiuto concreto, come quello dell’ex ministro della sanità Livia Turco che ha creato un sportello attivo presso i pronto soccorsi per soccorrere le donne vittime di violenza, non solo da un punto di vista sanitario, ma anche come sostegno psicologico per la creazione di una banca dati che tenga conto dei soggetti a rischio. Questo tipo di aiuto, però, cerca di aiutare donne già vittime di violenza, senza risolvere il problema alla fonte.

A Firenze c’è un centro che accoglie gli uomini che maltrattano le donne, per aiutarli a controllare la propria aggressività e capire cos’è che li spinge a farlo. La violenza sulle donne è infatti un problema dell’uomo, non della donna maltrattata. Da centri come questo è venuto fuori che non esiste un profilo psicologico preciso che caratterizzi l’uomo violento; ci sono quelli con reazioni emotive intense e violente, definiti “a sangue caldo”, ma possono anche essere “a sangue freddo”, cioè che meditano prima di commettere atti estremi.

Sull’onda di queste continue violenze negli ultimi anni è sorto il movimento “Se non ora quando”, composto da donne di ogni estrazione sociale e politica che cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni delle donne, dalla discriminazione sul campo lavorativo, all’immagine mercificata che la televisione crea. Il 13 febbraio 2011 è stata organizzata una grandissima manifestazione in molte piazze italiane che ha puntato i riflettori sull’universo femminile in tutti i suoi aspetti.

Il femminicidio è sicuramente un problema che non è possibile risolvere in poco tempo, perché fa parte della concezione millenaria che l’uomo ha nei confronti della donna. Bisognerebbe partire dall’educazione dei bambini al rispetto verso l’altro e a questo proposito la televisione sicuramente non aiuta, mostrando immagini di donne oggetto presenti nei programmi televisivi come belle statuine. Quello che ci vorrebbe è una vera rivoluzione culturale che dovrebbe coinvolgere sia gli uomini, ma soprattutto le donne perché siano capaci di farsi valere per spezzare sul nascere ogni tentativo di superiorità da parte dell’uomo. Chissà che in questo modo non sia più necessario aggiornare il vocabolario italiano con la parola “femminicidio” perché sarà già obsoleta.

Noemi Franco

Liceo Scientifico “G.Galilei”- III I

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