Ddl diffamazione licenziato in commissione al Senato- No carcere, ma comunque è un mezzo bavaglio alla libertà di stampa

La commissione Giustizia del Senato ha approvato il disegno di legge sulla diffamazione, dando all’unanimità mandato al relatore per la presentazione in Aula.  Il ddl, nato dopo la condanna a 14 mesi di reclusione per Alessandro Sallusti, abolisce la pena del carcere per i giornalisti, prevedendo invece pene pecuniarie.

Soddisfgatto il relatore del Pdl, Filippo Berselli. Ma c’è stata battaglia sulla determinazione delle pene pecuniarie, con una proposta dei relatori Berselli e Silvia Della Monica, Pd, che voleva abbassarle nel massimo ed è stata clamorosamente bocciata con un’opposizione proveniente anche da membri dei due stessi partiti maggiori. Multe che, per la diffamazione a mezzo stampa consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, andranno da 5 mila a 100 mila euro, con l’abolizione del carcere. Ma che, eliminato il carcere, schizzano a un minimo di 5mila euro a un massimo di 50 mila anche quando si tratta di diffamazione non consistente in un fatto determinato, diffuse a mezzo stampa o con “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”, art.595 c.p..

Prevista in caso di recidiva la sospensione dalla professione e dall’attività fino a sei mesi e poi come ulteriore aggravante, fino a tre anni. È stata approvata inoltre un’ulteriore ipotesi di aggravante in caso di coinvolgimento dell’editore nella diffamazione dolosa. La disciplina viene estesa non ai blog, ma solo alle testate giornalistiche diffuse anche per via telematica. Non è infatti passato l’emendamento presentato da Vita e D’Ambrosio (Pd) che chiedeva la non applicazione della normativa ad internet.

Secondo la giurisprudenza ormai prevalente, ciò riguarda anche chi “offende” su internet – Twitter e facebook compresi – con un giudizio, un’opinione o una battuta che il giudice ritenesse andare oltre i limiti.

Cancellata inoltre la riparazione come pena accessoria.

Ritirato infine l’emendamento Caliendo, battezzato ‘anti Gabanelli’, che prevedeva la nullità delle clausole contrattuali che lasciavano solo in capo all’editore gli oneri derivanti da una condanna per diffamazione.

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